Il Trattato sulla Carta dell’Energia – I tribunali-ombra potrebbero prolungare l’era del fossile in Europa

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Investigate Europe
25 febbraio 2021
Il poco conosciuto Trattato sulla Carta dell'Energia consente agli investitori stranieri di fare causa agli Stati se pensano di esser trattati in modo iniquo. Si tratta di una pericolosa minaccia nel raggiungimento degli obiettivi per il clima per l'Europa e i suoi Stati membri.
Suggestivi borghi di pescatori costellano la costa dell’Adriatico mentre il mare luccica alla luce del sole. Questo è l’Abruzzo, la regione italiana in cui, nei mesi estivi, fiumi di turisti in cerca dell’abbronzatura si riversano sulle spiagge. Ma una mattina del 2008, la gente del posto si sveglia e vede qualcosa che deturpa la vista da cartolina. “Dalla costa abbiamo visto una piccola piattaforma emergere dall’acqua, un abominio. Ci siamo uniti e abbiamo cominciato a farci sentire dalle autorità” dice Enrico Gagliano a Investigate Europe. Quello che vedono è una piattaforma petrolifera posta lì per esaminare uno dei più grandi giacimenti di petrolio del Mediterraneo, Ombrina Mare.

In pochi mesi Gagliano e altri fondano il movimento “No Triv” (no trivellazioni) e ben presto la protesta si estende e arriva ad avere il sostegno di 10 consigli regionali.  Nel marzo del 2015 oltre 60.000 persone scendono in piazza a Lanciano per protestare. Pochi mesi più tardi, il governo italiano vieta la trivellazione petrolifera a meno di 12 miglia dalla costa, decretando la fine del progetto Ombrina Mare.

Il movimento ambientalista esulta, ma non tutti sono contenti. L’azienda petrolifera britannica Rockhopper, che aveva acquistato il giacimento petrolifero, fa causa allo Stato italiano invocando un accordo internazionale per la protezione degli investimenti di cui pochi hanno sentito parlare: il Trattato sulla Carta dell’Energia.

Il Trattato sulla Carta dell’Energia (ECT), elaborato nel 1994 da alcuni Paesi europei e centro-asiatici, al giorno d’oggi conta oltre 50 firmatari. Il Trattato permette alle aziende di chiedere agli Stati risarcimenti miliardari in tribunali arbitrali internazionali se ritengono di aver ricevuto un trattamento iniquo a causa di politiche energetiche o climatiche. Le udienze non avvengono in tribunali nazionali ma in tribunali arbitrali internazionali: ad esempio, la causa tra l’azienda con sede nel Regno Unito Rockhopper e lo Stato italiano è attualmente dibattuta nella capitale degli Stati Uniti, Washington DC. Il pubblico ha raramente accesso a questi tribunali, facendoli assomigliare a tribunali-ombra.

Inizialmente lo scopo del Trattato era proteggere gli investimenti energetici in Paesi con democrazie nuove e ancora instabili. Ci sono state 136 cause ECT conosciute tra investitori e Stati negli ultimi 20 anni, di cui 107 solo negli ultimi 10. Nel 74% dei casi si tratta di investitori UE che hanno citato in giudizio a uno Stato membro dell’UE. Questa è una situazione che gli Stati europei avrebbero potuto prevedere, dice Markus Krajevski, giurista all’Università di Erlangen-Norimberga, che descrive il Trattato come un “errore storico”. 

Il Trattato potrebbe diventare un problema per gli Stati europei che si sono impegnati a raggiungere obiettivi climatici ambiziosi. Ben presto il numero di cause simili a quella della Rockhopper potrebbe aumentare rapidamente. Già all’inizio di febbraio 2021 l’azienda tedesca RWE ha citato in giudizio i Paesi Bassi per 1,4 miliardi di euro in risposta alla decisione del governo olandese di vietare entro il 2030 l’energia da combustione di carbone. L’Unione Europea (insieme a Svizzera e Regno Unito) si è posta l’obiettivo di eliminare praticamente tutte le emissioni di gas serra entro il 2050. Basandosi sui dati della Global Energy Monitor e della Oil Change International, Investigate Europe ha calcolato per la prima volta che gli investimenti nell’infrastruttura del fossile di proprietà parzialmente o interamente straniera (e protetti dall’ECT) ammontano alla somma esorbitante di 344,6 miliardi di euro. Tre quarti dell’infrastruttura fossile protetta dal Trattato sono giacimenti di petrolio e gas naturale (€126 miliardi) e oleodotti (€148 miliardi).

Questa somma, passibile di richieste di risarcimento, è una stima conservativa che non include la perdita di profitti futuri.

Ci sono già alcuni segnali per cui la sola minaccia di una causa sarebbe sufficiente ad avere un effetto dissuasivo sulle nuove norme. Nella primavera del 2017, il ministro dell’ambiente francese François Hulot aveva redatto una nuova legge che avrebbe vietato l’estrazione dei combustibili fossili in Francia da qui al 2030. Poi ricevette una lettera. Uno studio legale di Parigi, a nome della compagnia petrolifera Vermillion, scriveva: “Il progetto viola gli obblighi della Francia in quanto membro del Trattato sulla Carta dell’Energia”. L’avvertimento non passò inascoltato, a quanto pare: il testo definitivo della legge permette l’estrazione di gas e petrolio fino al 2040.

Gli investitori possono scegliere dove fare le richieste di risarcimento e quindi tendono a selezionare i tribunali con le regole più vantaggiose per loro. Il sistema dei tribunali arbitrali è stato oggetto di critiche sia per la segretezza in cui vengono gestiti i casi sia per gli arbitri stessi. In un sistema imparziale i giudici hanno l’obbligo di essere indipendenti ma gli arbitri [i giudici dei tribunali arbitrali, ndt] possono cambiare ruolo e talvolta capita che rappresentino le società energetiche. L’avvocato e giurista Pierre-Marie Dupuy, uno dei tre arbitri del caso Rockhopper, èdella ferma opinione che “non è un bene che i due ruoli di legale e arbitro possano fondersi” e ci vede anche una questione etica.

Da tempo organizzazioni ambientaliste e ONG chiedono una riforma dell’ECT e ora che gli Stati UE stanno scoprendo a proprie spese le conseguenze del Trattato, la Commissione europea ha ricevuto il mandato di negoziare per la sua modernizzazione. Alcuni governi speravano in una vera svolta.

Un documento visto da Investigate Europe contiene proposte ambiziose: il Lussemburgo e l’Austria non vogliono che le centrali elettriche a combustibili fossili siano protette oltre il 2030. Nel corso di riunioni del Consiglio, i rappresentanti di Francia, Lussemburgo e Spagna hanno fatto pressione per porre dei limiti ambiziosi alle emissioni, ma senza successo. Il 15 febbraio 2021 la Commissione ha espresso le proprie osservazioni conclusive insieme agli obiettivi di uscita dal fossile originali. L’unica concessione è stata porre dei valori limite: dovrebbero essere protette solo centrali con emissioni di CO2 minori di 380 grammi per kWh. Mettendo questo dato in prospettiva però, si scopre che le centrali elettriche a carbone emettono meno CO2 per kWh di così.

Il ministro dell’ambiente lussemburghese Claude Turmes (verde) ha esultato al raggiungimento dell’accordo: “Dopo mesi di sforzi, sono lieto di vedere una proposta dell’UE per la modernizzazione della Carta dell’Energia in linea con l’Accordo di Parigi”.

Paul de Clerck, dell’ONG Friends of the Earth non è rimasto altrettanto soddisfatto: “Niente di questa proposta è compatibile con l’Accordo di Parigi o con il Green Deal europeo”, ha detto, “Questa modernizzazione continuerà a permettere alle aziende di usare la Carta dell’Energia per contestare le azioni per il clima fatte dagli Stati”.

Ma la difficoltà di trovare una linea comune europea non è nulla in confronto ai negoziati per la modernizzazione del Trattato. Ogni cambiamento deve essere approvato all’unanimità dei membri e la posizione del Giappone non potrebbe essere più chiara: “non è necessario modificare le attuali misure dell’ECT”.

Il gruppo per la modernizzazione del Trattato ha avuto quattro incontri nel 2020. Per ora gli argomenti dei dibattiti sono stati domande fondamentali come a chi spetteranno i costi giudiziari. “È estremamente tecnico”, ha detto un diplomatico che ha partecipato ai negoziati e ha chiesto di rimanere anonimo, “Ne abbiamo discusso 6 ore al giorno per 16 giorni”. Secondo lui ci vorranno almeno due anni per raggiungere un accordo. Il prossimo ciclo di negoziati è iniziato a marzo 2021.

Secondo il Presidente della potente commissione per il commercio del Parlamento europeo Bernd Lange (SPD), l’UE dovrebbe uscire dal Trattato sulla Carta dell’Energia: “Non credo che una revisione consistente dei suoi contenuti sia possibile”. Secondo Lange c’è una sola conseguenza, “finirla con il Trattato sulla Carta dell’Energia”.

Ma recedere dal Trattato non è semplice come potrebbe sembrare. L’Italia è uscita nel 2016 ma, essendo soggetta per 20 anni alla “clausola del tramonto”, può ancora essere citata in giudizio. La Rockhopper ha chiesto un risarcimento di 275 milioni di euro, che comprendono la perdita degli investimenti e dei profitti futuri. Mentre il governo è in attesa del lodo arbitrale sul caso Rockhopper, Avvocato di Stato Giacomo Aiello, questo sistema “diventa veramente una roulette russa”.

Abbiamo chiesto chiarimenti alla Commissione europea sulle evidenti contraddizioni e un portavoce ci ha detto: “Ci impegneremo molto per implementare la riforma. L’ECT non dovrebbe impedire agli Stati di passare dai combustibili fossili a fonti energetiche sostenibili.”

Mal che vada, c’è una speranza per l’UE: tra non molto la Corte di giustizia europea potrebbe proibire gli arbitrati inter-europei perché non compatibili con il diritto europeo.

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