Perché una riforma ecologica del Trattato sulla Carta dell’Energia è poco probabile

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Nico Schmidt || ""
Nico Schmidt
Leïla Miñano || ""
Leïla Miñano
Boryana Dzhambazova || ""
Boryana Dzhambazova
1 marzo 2020
L'Unione europea e gli Stati membri hanno riconosciuto che la Carta dell'Energia potrebbe bloccare l'uscita dall'era del fossile, dato che permette alle imprese energetiche di citare in giudizio per risarcimenti da miliardi di euro gli Stati che promulgano leggi sul clima. Clausole legali e altri firmatari del Trattato, però, potrebbero impedire di superare questo ostacolo in tempo utile per combattere il cambiamento climatico.
Il Trattato sulla Carta Dell’Energia è un documento poco conosciuto per la protezione degli investimenti. Tutti gli Stati europei lo hanno firmato nei primi anni ’90. Un tempo serviva a proteggere le multinazionali che investivano in Paesi in cui la situazione legale era incerta, come lo erano gli Stati dell’ex Unione Sovietica degli anni ’90. Ma dato che il testo del Trattato è formulato in modo ambiguo, gli investitori nell’energia possono citare in giudizio gli Stati per risarcimenti da miliardi di euro se questi ultimi promulgano leggi per l’eliminazione graduale del carbone, del petrolio o del gas al fine di realizzare i loro obiettivi per il clima.

L’azienda petrolifera britannica Rockhopper ha fatto causa all’Italia in una corte arbitrale internazionale per un divieto di estrazione di petrolio e chiede un risarcimento di circa 275 milioni di euro. L’azienda energetica tedesca RWE chiede 1,4 miliardi di euro ai Paesi Bassi perché vieteranno la combustione del carbone dal 2030 e quindi la ditta dovrà chiudere una centrale elettrica a carbone che ha nel Paese.

Nei mesi scorsi Investigate Europe ha parlato con molti avvocati, scienziati, attivisti e politici, secondo cui il diritto di fare causa garantito dalla Carta dell’Energia potrebbe portare gli Stati a rimandare, annacquare o abbandonare del tutto i provvedimenti per il clima.

Anche l’UE e i suoi Stati membri hanno ammesso che potrebbe succedere. Per anni hanno cercato di modernizzare la Carta per l’Energia ma si tratta di un processo che potrebbe non arrivare mai a compimento per cui alcuni Stati stanno già chiedendo di prendere in considerazione il recesso. Tuttavia, una clausola del trattato impedisce la possibilità di un recesso immediato e totale.

Cambiamenti in corso

La riforma del Trattato sulla Carta dell’Energia è iniziata nel novembre 2018 quando 55 partecipanti hanno votato per modernizzarlo. Un Gruppo per la Modernizzazione ha evidenziato ben 25 punti di discussione e a giugno 2019 gli Stati europei hanno dato alla Commissione il mandato per il negoziato. A maggio 2020, quasi un anno dopo, la Commissione ha presentato la sua proposta di negoziato ma ha lasciato aperto un punto importante: quali settori economici dovrebbero essere ancora protetti dal nuovo Trattato sulla Carta dell’Energia?

In ottobre dello stesso anno la Commissione ha finalmente mandato agli Stati membri una proposta sui futuri settori economici, che consiste nel proteggere con l’ECT gli investimenti esistenti in carbone, petrolio e gas per altri 10 anni e i nuovi investimenti in specifiche centrali elettriche a gas fino al 2040. Inizialmente alcuni Stati membri hanno protestato. Un documento del Consiglio dell’UE procurato da Investigate Europe mostra che l’Austria e il Lussemburgo hanno chiesto che la protezione delle energie fossili finisca molto prima. Altri stati, tra cui la Spagna, hanno affermato che solo le centrali elettriche a gas con emissioni di CO2 molto basse debbano continuare ad avere la protezione della Carta.

Anche all’estremo opposto c’è stata della resistenza. I governi di Malta, Cipro, Croazia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Grecia, Romania, Lituania e Polonia si sono opposti apertamente alle posizioni più ambiziose del Consiglio. Alla fine è stato raggiunto un compromesso, diverso dalla proposta originale della Commissione solo in pochi dettagli: le centrali elettriche a carbone saranno protette dal Trattato sulla Carta dell’Energia per altri 10 anni mentre quelle a gas fino al 2040.

Nonostante il fatto che i cambiamenti alle posizioni iniziali della Commissione fossero marginali, al raggiungimento del compromesso il ministro dell’ambiente  lussemburghese, Claude Turmes (verde), ha subito esultato: “Dopo mesi di sforzi, sono lieto di vedere una proposta dell’UE per la modernizzazione della Carta dell’Energia in linea con l’Accordo di Parigi”.

Tuttavia, è meno ottimista Paul de Clerck, dell’ONG Friends of the Earth: “Niente di questa proposta è compatibile con l’Accordo di Parigi o con il Green Deal europeo” ha detto “Questa modernizzazione continuerà a permettere alle aziende di usare la Carta dell’Energia per contestare le azioni per il clima fatte dagli Stati”.

Cosa ci aspetta

Il fatto che gli Stati europei abbiano una linea comune non significa necessariamente che il Trattato verrà modernizzato a breve. Il gruppo per la modernizzazione del Trattato sulla Carta dell’Energia si sta riunendo da un anno. Nel 2020 si sono tenuti quattro incontri. Per il momento ha affrontato questioni di base come chi dovrà pagare le parcelle degli avvocati e le spese processuali in futuro. “È estremamente tecnico” ha detto un diplomatico che ha partecipato ai negoziati e ha chiesto di rimanere anonimo: “Ne abbiamo discusso 6 ore al giorno per 16 giorni”. Secondo lui ci vorranno almeno due anni per raggiungere un accordo. Il prossimo ciclo di negoziati è previsto per inizio marzo 2021.

È perciò estremamente improbabile che tra due anni ci sia un Trattato, nuovo o rivisto, che proteggerà il clima anziché metterlo a rischio. La nuova versione del Trattato dovrebbe venire accettata da tutte le parti contraenti ma il governo giapponese ha già annunciato nel 2019 che “non è necessario modificare le attuali misure dell’ECT”.

Diversi ministri francesi hanno manifestato la propria frustrazione per gli scarsi sviluppi: in una lettera alla Commissione, procurata da Investigate Europe, prevedono che l’ammodernamento “probabilmente rimarrà incompleto per molti anni” e, inoltre, sostengono che gli obiettivi dell’UE sono “lungi dall’essere realizzati”. La Francia ha perciò espresso la volontà di “discutere pubblicamente” il “recesso coordinato” dalla Carta dell’Energia.

All’inizio di febbraio 2021 il governo spagnolo ha fatto una minaccia simile in una lettera. Se non fosse possibile allineare il Trattato sulla Carta dell’Energia agli obiettivi climatici europei, ha detto il governo, il recesso diventerebbe “l’unica soluzione efficace a lungo termine”.

Nell’autunno del 2020, quasi 100 parlamentari europei hanno chiesto in una lettera alla Commissione, al Consiglio e agli Stati membri di prendere in considerazione il ritiro dal Trattato. I membri del Parlamento non hanno diritto di parola nei negoziati sulla Carta e possono solo appellarsi all’opinione pubblica. Nella lettera si dice che se il trattato non sarà ammodernato entro la fine del 2020 l’UE dovrà recedere dalla Carta dell’Energia. Uno dei firmatari della lettera, la deputata europea dei Verdi Anna Cavazzini ha detto “il tempo sta per scadere, dobbiamo trovare il modo per uscirne il prima possibile”.

Il Presidente della potente commissione per il commercio del Parlamento europeo, Bernd Lange (SPD) ha detto “L’UE deve uscire dal Trattato sulla Carta dell’Energia perché non credo che una revisione consistente dei suoi contenuti sia possibile”. Secondo Lange c’è una sola conseguenza, “finirla con il Trattato sulla Carta dell’Energia”.

La Commissione europea sembra aver capito che gli sforzi per una riforma potrebbero fallire. Rispondendo a una domanda del Parlamento europeo, il commissario per il commercio Valdis Dombrovskis ha scritto “Se gli obiettivi fondamentali dell’UE, incluso l’impegno nell’Accordo di Parigi, non vengono ottenuti entro un tempo ragionevole, la Commissione potrebbe prendere in considerazione altre opzioni, incluso il ritiro dall’ECT.”

Ma, secondo il giurista Markus Krajewski, che da anni fa ricerca nel campo della tutela degli investimenti, un ritiro immediato e totale non è possibile perché gli artefici del Trattato sulla Carta dell’Energia hanno disposto delle misure per prevenirlo. L’articolo 47 del Trattato afferma che se un contraente esce dalla Carta può ancora essere citato in giudizio per 20 anni. Gli scienziati lo chiamano “la clausola del tramonto”, gli attivisti “la clausola zombie”.

Negli ultimi anni due terzi di tutte le cause relative alla Carta dell’Energia sono fatte da investitori UE verso Stati UE. Un accordo tra Stati membri risolverebbe quindi una grossa parte di questo problema ma è molto poco probabile che ci si arrivi. C’è una disputa che cova da anni sulla compatibilità del Trattato con il diritto europeo, con gli Stati UE divisi in due fazioni opposte.

A dicembre 2020 il governo belga ha chiesto alla corte di giustizia europea di chiarire se la Carta dell’Energia fosse compatibile con la Legge dell’UE. La sentenza non è ancora arrivata ma potrebbe quantomeno interrompere l’applicabilità del Trattato sulla Carta dell’Energia nelle cause tra investitori e Stati europei. Quindi la Carta dell’Energia e il sistema di arbitrati che minacciano il raggiungimento degli obiettivi climatici potrebbero avere fine… grazie a giudici europei.

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