4 dicembre 2023

Le università europee hanno ricevuto più di 260 milioni di euro da aziende fossili

Lorenzo Buzzoni || ""
Lorenzo Buzzoni
Juliet Ferguson || ""
Juliet Ferguson
Chris Matthews || ""
Chris Matthews
Le compagnie di petrolio e gas hanno speso almeno 260 milioni di euro negli ultimi sei anni per finanziare attività di ricerca, borse di studio e sponsorizzazioni in diverse università europee, nonostante molte si siano impegnate a raggiungere obiettivi di neutralità carbonica o a disinvestire nei combustibili fossili.
È quanto emerge da un'inchiesta di Investigate Europe insieme a openDemocracy per cui abbiamo richiesto di accedere ai documenti in più di 150 università di nove paesi europei. 

Secondo il dataset pubblicato da openDemocracy, 60 università del Regno Unito hanno ricevuto una cifra totale di almeno €170 milioni tra il 2016 e il 2023, con Shell e BP come maggiori contribuenti. Circa due terzi del totale sono andati a tre sole università: l'Imperial College di Londra, l'Università di Oxford e l'Università di Cambridge.

Shell ha risposto alla nostra richiesta di commento dicendo di avere "da tempo rapporti rapporti stretti" con diverse università del Regno Unito. "Le nostre collaborazioni mirano a unire le menti più brillanti alle giuste risorse e alla capacità commerciale di sviluppare e implementare nuove soluzioni energetiche a basse emissioni di carbonio".

"Gli studenti saranno inorriditi nell'apprendere l'influenza losca e manipolatrice delle compagnie di combustibili fossili nelle loro università", ha detto la deputata del Partito dei Verdi del Regno Unito Caroline Lucas, invitando le università a tagliare immediatamente i legami finanziari e accademici con le compagnie fossili.

Negli altri otto paesi in cui Investigate Europe ha condotto l’inchiesta (Austria, Italia, Irlanda, Norvegia, Polonia, Spagna, Svezia e Svizzera), le università hanno ricevuto almeno €90 milioni da aziende fossili nel periodo 2017-2022.  
Sessanta università del Regno Unito hanno accettato almeno €170 milioni tra il 2016 e il 2023.

Almeno il 60% del totale è andato all'Imperial College di Londra.

L'Università norvegese di scienza e tecnologia (NTNU) ha intascato €29 milioni di finanziamenti che provengono da Equinor, BP, Shell, Exxon, Total e ConocoPhillips. 

Shell ha anche versato €1,7 milioni all'ETH di Zurigo, di cui €200.000 per il "Simulatore di giacimenti di Shell" (Shell’s Reservoir Simulator), un progetto che utilizza il machine learning per migliorare l'esplorazione e lo sviluppo di giacimenti di petrolio. 

In Spagna, almeno €3,5 milioni sono andati ad alcune delle migliori università spagnole. Tra queste l'Università Complutense di Madrid (una delle più antiche istituzioni accademiche del mondo) ha ricevuto circa mezzo milione di euro dal gigante dell'energia Repsol. 

In Italia, attraverso lo strumento dell’accesso civico generalizzato (FOIA), Investigate Europe ha richiesto alle 67 università statali informazioni sui finanziamenti, donazioni e sovvenzioni ricevuti dalle aziende fossili. 

Nove hanno dichiarato di aver ricevuto finanziamenti da aziende come SNAM, Eni, Total energies e Shell nel periodo 2017-2022 per una cifra totale di €5 milioni. L’Università di Milano-Bicocca risulta prima per finanziamenti ottenuti (€2,2 milioni), seguita dall’Università di Genova (€1,2 milioni) e dall’Università di Padova (€750.000). 

La cifra complessiva dei finanziamenti “fossili” dichiarata, tuttavia, è probabilmente molto inferiore a quanto effettivamente percepito dalle università. Ad esempio, Eni ha risposto a IE che nel solo 2022 ha “finanziato con circa 10 milioni di euro” le università italiane. 
L'azienda petrolifera Eni ha finanziato le università europee con milioni di euro.

Shell è di gran lunga la maggiore finanziatrice di università tra le aziende del fossile.

Ma ottenere tali informazioni è molto complicato. In totale, Investigate Europe ha contattato più di 150 università, e se diverse hanno dato delle risposte, altre sono state poco trasparenti.

In Portogallo, le università non sono obbligate a rispondere ai FOIA dato che “l'autonomia universitaria" le esenta dagli obblighi di trasparenza che vincolano altre istituzioni statali. 

In Polonia, le richieste sono state inviate a ventuno università, ma hanno risposto solo cinque. 

In Italia, sebbene l’amministrazione pubblica sia obbligata a rispondere alle richieste FOIA, circa la metà delle università non ha risposto, mentre in alcuni casi l’accesso alle informazioni è stato negato. Tra le motivazioni più ricorrenti, “la mancanza di interesse pubblico” o la difesa della “segretezza degli interessi economici e commerciali” delle società fossili. 

Dobbiamo spingere, rompere le scatole, andare per tribunali, per far valere il diritto di accedere agli atti.

Fabio Rotondo, portavoce di The Good Lobby

“Ci vuole una cultura del FOIA che è ancora da costruire. La legge in Italia è del 2016 e ci vuole tempo. Però dall'alto non c'è nessuna spinta. Siamo noi che dobbiamo spingere, rompere le scatole, andare per tribunali, per far valere il diritto di accedere agli atti” ha detto a IE Fabio Rotondo, portavoce di The Good Lobby, organizzazione no profit che promuove la trasparenza nelle istituzioni.

Dopo aver ricevuto la richiesta di IE, l'Università Federico II di Napoli si è consultata con Eni per decidere quali informazioni rilasciare. Il gigante petrolifero ha "espressamente negato" il permesso di divulgare i dati. 

 L'università si è quindi offerta di fornire gli importi dei finanziamenti per ogni progetto, senza rilasciare informazioni specifiche sul loro contenuto. Eni si è opposta, sostenendo che questa informazione avrebbe causato "danni concreti" ai suoi interessi commerciali. Alla fine, non è stato fornito alcun dato. 

Altre volte le informazioni sono state fornite in modo parziale. È il caso dell’Università della Basilicata dove Shell finanzia il Master di secondo livello in Petroleum Geosciences & Geoscience for Energy Transition. 

L’Università della Basilicata, dopo essersi consultata con Eni, Total energies e Shell, ha accolto parzialmente le richieste delle compagnie fossili di non rendere pubbliche le informazioni, fornendo a IE l’elenco con le destinazioni dei fondi senza la cifra delle somme ricevute. 

L’Università del Piemonte Orientale ha ricevuto nel 2020 circa €65.000 da Eni per finanziare borse di studio per il Dottorato in Chimica e Biologia. “In una nazione in cui si finanzia poco la ricerca con fondi pubblici, occorre approvvigionarsi di fondi anche dai privati per poi sviluppare proprie linee di ricerca nel pubblico” ha detto il rettore dell’Università del Piemonte Orientale a IE, sottolineando “che le regole “di ingaggio” devono essere chiare e indipendenti, per salvaguardare il bene pubblico e non incappare in problemi di indipendenza”. 

Trasparenza è proprio ciò che chiedono le associazioni ambientaliste come Greenpeace, che hanno ottenuto una storica vittoria contro Eni e il Politecnico di Torino. Alla richiesta di accesso alle informazioni riguardanti i finanziamenti di Eni al Politecnico di Torino, l’università aveva risposto con il diniego. A luglio il Consiglio di Stato ha dato ragione a Greenpeace con una sentenza che obbliga l’università a rilasciare i dati richiesti, “a fronte del mutare del contesto storico in un ambito della vita sociale che vede il tema ambientale assumere crescente e in alcuni casi drammatica rilevanza”. 

“Spesso l'industria petrolifera cerca visibilità presso il pubblico stringendo partnership con le strutture culturali e scientifiche, ma poi non fornisce i dettagli di questi accordi” dice Marco Grasso, professore di geografia politica all’Università di Milano-Bicocca che nel novembre 2022 si è dimesso da direttore di un'unità di ricerca dell'università in segno di protesta contro la mancanza trasparenza sulla natura dei progetti dell’accordo da 1,3 milioni fatto tra Milano-Bicocca ed Eni. 

“Per quanto riguarda la collaborazione con Eni sono attivi solo contratti sui temi della decarbonizzazione e transizione ecologica. Tutti argomenti che non contemplano nessuna applicazione che riguardi il fossile” ha risposto l’Università di Milano-Bicocca a IE, che tuttavia ha confermato come “tra gli ambiti di ricerca, all'interno della collaborazione con ENI, c'è anche il processo di Carbon Capture Storage (CCS), la tecnica di cattura e confinamento della CO2”. 

“Nell’ambito della ricerca, le aziende fossili finanziano progetti che sono false soluzioni. Servono fonti energetiche rinnovabili e non strumenti che permettono di continuare ad utilizzare gas e petrolio” ha detto a IE Simona Abbate, Campagna clima ed energia di Greenpeace Italia. 

Eni ha risposto a IE che “non ravvisa alcun contrasto tra la creazione di partnership e la realizzazione di investimenti nelle ricerche tecnologiche a supporto della transizione, e il continuare ad assicurare l’offerta di energia tradizionale, soprattutto gas, per rispondere a una sua domanda globale tuttora in crescita”. 

La presenza dell'industria fossile nelle università va oltre i finanziamenti. 

In Italia, Eni è presente in almeno quattro comitati di indirizzo universitari, comitati che esercitano un’influenza sull’offerta formativa del corso di laurea. 

Ad esempio, l’azienda è nel comitato di indirizzo del corso di laurea in “Scienze delle amministrazioni e delle organizzazioni complesse” dell’Università degli Studi di Palermo, ma anche in quello dei corsi di laurea in geologia dell’Università degli Studi di Perugia. 

In Francia, un'analisi di Greenpeace su 103 enti pubblici di ricerca francesi ha mostrato che più della metà aveva legami con Total. Patrick Pouyanné, amministratore delegato di TotalEnergies SE, siede anche nel consiglio di amministrazione dell'École Polytechnique di Parigi, dove Total finanzia anche il programma di ricerca "Sfide tecnologiche per un'energia responsabile". 

In una dichiarazione, Total ha affermato che le università "non stanno vendendo l'anima al diavolo unendo le forze con loro". "Lavoriamo con loro per definire progetti di ricerca basati sulle loro aree di competenza. La loro indipendenza è garantita. TotalEnergies non interviene in alcun modo nella loro strategia o governance”. 
 
Stuart Parkinson, direttore esecutivo dell'associazione britannica Scientists for Global Responsibility, afferma che le donazioni comportano un rischio di reputazione per le istituzioni accademiche. Ritiene che le università debbano assumere una posizione più decisa sulla provenienza dei fondi.
 
"Dovrebbe essere trattata come l'industria del tabacco, che per molti anni ha finanziato ricerche che hanno minato la transizione dal tabacco. Alla fine quei fondi sono stati rifiutati perché ritenuti poco efficaci dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Dovremmo seguire la stessa strada con l'industria dei combustibili fossili".


Con il contributo di Maxence Peigné.
Editor: Ingeborg Eliassen.
 
Il  database completo dei finanziamenti alle università del Regno Unito è disponibile sul sito di openDemocracy
I dati europei si basano su richieste di informazioni, corrispondenza via e-mail con le università e dati pubblici. Tutte le conversioni valutarie delle cifre originali sono state effettuate il 22 novembre 2023.
Le risposte complete delle aziende e delle università possono essere lette qui. 
Questo articolo ha beneficiato del supporto di Journalismfund Europe.

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