17 giugno 2023

Intesa tra i governi per spiare i giornalisti

Harald Schumann || ""
Harald Schumann
Alexander Fanta || ""
Alexander Fanta
Il colpo di scure su giornalisti e libertà di stampa si insinua anche nella legge europea che dovrebbe, al contrario, proteggere indipendenza e pluralismo nei media.
Alcuni governi stanno provando a irrigidire la prima legge sulla libertà di stampa, aprendo la porta alla sorveglianza statale dei giornalisti e dei loro interlocutori con l’uso di software spia. È quanto emerge dai documenti segreti sul negoziato in corso per il regolamento sull’ European Media Freedom Act (EMFA), visionati dai consorzi investigativi Investigate Europe, netzpolitik.org e Follow the Money. 

La legge, proposta dalla Commissione lo scorso settembre, intende proteggere i giornalisti e i media dal controllo dei governi e degli editori che ne stanno compromettendo l’indipendenza anche in diversi Paesi dell’UE, soprattutto in Polonia e Ungheria, ma anche altrove, come denunciato da tempo dal Media Pluralism Monitor di Firenze.

L’articolo 4 della nuova proposta di legge vieta esplicitamente le misure coercitive nei confronti dei giornalisti per rivelare le loro fonti, nonché il monitoraggio delle loro comunicazioni e l’uso di software spia su computer e telefoni. Lo scorso 17 aprile, però, in un negoziato a porte chiuse al Consiglio europeo (che racchiude i governi) la Francia ha chiesto che l’articolo 4 venga invertito: lo spionaggio dei giornalisti e l’uso di software di spionaggio dovrebbero essere consentiti, se giustificati dalla “sicurezza nazionale”. Solo due anni fa, l’inchiesta internazionale “Forbidden Stories”, pubblicata in varie testate prestigiose tra cui The Guardian, Le Monde e il Washington Post, aveva rivelato come le autorità di alcuni Paesi avessero utilizzato software di spionaggio contro i propri cittadini, compresi i cronisti. Nell’Ue, i governi di Grecia, Bulgaria e Ungheria hanno spiato i giornalisti che hanno rivelato scandali finanziari e corruzione nell’apparato statale.
 
I giornalisti colpiti si sono ritrovati i programmi di sorveglianza “Pegasus” (di produzione israeliana) e “Predator” sui loro cellulari. In Spagna, le autorità hanno usato Pegasus contro i politici implicati nel movimento indipendentista catalano. Il “Catalangate”, andato avanti tra il 2017 e il 2021, ha fatto tremare il governo Sanchez, anche lui spiato dai servizi segreti. Alla fine è saltata solo la capa dei servizi segreti, Paz Esteban per aver messo sotto sorveglianza digitale 67 personalità catalane e molti membri del governo centrale. L’Ungheria è uno dei paesi che ha fatto maggior ricorso a Pegasus, mettendo sotto sorveglianza oltre 300 telefoni di attivisti, avvocati, giornalisti investigativi e uomini d’affari che possiedono società di media in Ungheria, raccogliendo segretamente video, foto e conversazioni private. 

In risposta a queste rivelazioni, il Parlamento europeo ha istituito una commissione speciale “Pegasus” nell’aprile 2022, chiedendo di vietare la vendita di software spia fino a quando non sarà definito per legge in quali casi eccezionali lo Stato può utilizzarli. 

La Commissione, a ruota, ha presentato una proposta di regolamento nel settembre scorso. “È   il momento di agire – ha detto la vicepresidente per i Valori e la Trasparenza Vera Jourová – Nessun giornalista dovrebbe essere spiato a causa del proprio lavoro; nessun media pubblico   dovrebbe essere trasformato in un canale di propaganda”. 

Il Media Freedom Act (MFA) prevede che venga creato un regolatore europeo per armonizzare regole e procedure, promuovere l’indipendenza editoriale e garantire un finanziamento equo delle emittenti pubbliche; prevede anche dei paletti per evitare le ingerenze degli editori sulle redazioni, e tutelare il pluralismo e la libertà d’espressione nelle televisioni pubbliche. Insomma, apre la strada a un controllo europeo sulle distorsioni nei media.

I governi non sembrano apprezzare. Germania, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Lussemburgo e Grecia hanno esplicitamente sostenuto la richiesta francese di un’eccezione per la sicurezza nazionale all’articolo 4, secondo il resoconto del gruppo di lavoro riunitosi il 17 aprile. Nessuno dei rappresentanti degli altri governi dell’UE ha sollevato obiezioni. Pertanto, la Svezia, Presidente di turno del Consiglio, ha aggiunto nell’ultima versione del progetto di legge un paragrafo in cui si afferma che l’articolo 4 “non pregiudica la responsabilità degli Stati membri per la salvaguardia della sicurezza nazionale”. Claudia Roth, portavoce del Ministro tedesco per la Cultura e i Media, giustifica il sostegno del suo governo a questo “blitz”, con la necessità di “garantire” che gli Stati “non si vedano compromettere le loro competenze in materia di sicurezza nazionale, come stabilito dal Trattato Ue”. Secondo la Federazione europea dei giornalisti, però, “l’attuale proposta del Consiglio non contiene alcuna disposizione sulla protezione dei diritti fondamentali”. 

Il cronista greco Thanasis Koukakis è una delle tante vittime dello spionaggio. Nell’estate del 2021, mentre faceva ricerche sul riciclaggio di denaro e la corruzione dentro la principale banca greca del Pireo ha scoperto che il programma “Predator” era stato installato sul suo smartphone, scoprendo poi che i servizi segreti greci lo stavano controllando. “Il mio caso dimostra quanto sia facile usare la sicurezza nazionale come pretesto per minacciare i giornalisti e le loro fonti – spiea Koukakis – Se l’Ue approvasse una legge che legalizza tali misure senza controllo esterno e senza scrutinio pubblico, sarebbe molto deludente: violerebbe la sua stessa Carta dei diritti fondamentali”. Sophie in’t Veld, l’europarlamentare liberale olandese che ha guidato la commissione d’inchiesta su Pegasus e altri software spia, ritiene che le recenti modifiche al progetto di legge europea sulla libertà dei media siano un “disastro”. Il concetto di sicurezza nazionale è un “assegno in bianco”, mentre sarebbe necessario un “quadro giuridico chiaro”. 

“Le eccezioni generalizzate senza precauzioni non sono accettabili”, incalza Katarina Barley, socialdemocratica tedesca, vicepresidente del Parlamento Ue. Ed è proprio un’eccezione generalizzata quella che sarà sul tavolo dei governi dell’Ue la prossima settimana, quando gli ambasciatori dovrebbero adottare la posizione del Consiglio sul Media Freedom Act. Prima di un negoziato finale tra istituzioni Ue.

L’articolo in italiano è stato tradotto ed editato da Maria Maggiore.

Alexander Fanta è un giornalista di netzpolitik.org, un portale tedesco di notizie sui diritti digitali.

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