Big Oil fiuta l’affare, corsa alla chimica: “È il piano B”

Alexia Barakou

Maria Maggiore
Maria Maggiore
Lorenzo Buzzoni
Lorenzo Buzzoni
27 aprile 2023
PETROLCHIMICO - Versalis e le altre: investimenti, zero rischi
“Lavoriamo insieme per ridurre i rifiuti di plastica”, dichiara Total Energie in una delle tante campagne pubblicitarie per la riduzione di sacchetti e imballaggi. Poi però il colosso francese dell’Oil&Gas si posiziona alla tredicesima posizione mondiale (classifica Minderoo) come produttore di plastica usa e getta, producendo 2,1 milioni di tonnellate di prodotti in plastica monouso nel solo 2021. “La produzione petrolchimica è l’ancora di salvezza dell’industria dei combustibili fossili”, dice Delphine Lévi Alvarès, coordinatrice della campagna globale sui prodotti petrolchimici per “Break Free From Plastic”.

Nel 2018, il settore petrolchimico, che utilizza petrolio e gas naturali per produrre plastiche, fibre tessili sintetiche, fertilizzanti, ha rappresentato il 14% del consumo di petrolio, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia. In base alle sue previsioni, la quantità di petrolio utilizzata per la plastica è destinata a crescere col graduale calo della domanda di carburanti: “I prodotti petrolchimici arriveranno a coprire metà della crescita della domanda mondiale di petrolio nel 2050, oltre a consumare 83 miliardi di metri cubi di gas naturale”. Nell’Ue il settore petrolchimico rappresenta più di un quarto del fatturato di tutta l’industria chimica, 594 miliardi di euro nel 2021, quasi 100 miliardi in più rispetto al 2011. E un bel pezzo della chimica europea è rivolta proprio alla produzione di plastica (16% del totale). “La plastica è il piano B delle compagnie Oil&Gas”, scrive l’ong Client Earth.

La ragione è semplice: il 99% della plastica vergine viene prodotta utilizzando petrolio e gas, che vengono impiegati anche per il calore necessario durante il processo produttivo. E, soprattutto, il settore Oil&Gas e il comparto petrolchimico non pagano per la responsabilità ambientale: mentre i produttori di imballaggi in plastica sono tenuti a pagare una quota per i costi di gestione dei rifiuti prodotti da loro, le compagnie petrolifere e del gas e l’industria petrolchimica che produce la plastica, sono esenti dalle leggi sulla responsabilità del produttore (il sistema europeo Epr). È anche per questo che la plastica vergine costa in media meno di quella riciclata. Eni, attraverso la controllata Versalis, società chimica leader in Europa, siede nel cda del consorzio degli imballaggi di plastica, Corepla, ma non paga il contributo ambientale (Cac) che in Italia viene esposto in fattura dal produttore di imballaggio al suo primo cliente utilizzatore, quindi un gradino sotto Versalis-Eni. Inoltre “il settore petrolchimico riceve crediti gratuiti per l’emissione di CO2 – spiega Levi Alvares – che poi rivende, facendo profitti sul mercato dei crediti di carbonio. Uno strumento forte che dovrebbe frenare le emissioni globali di gas serra, in realtà non sta svolgendo il suo ruolo e sta arricchendo questo settore di più”.

La nuova scommessa dell’industria è adesso il riciclo chimico. La plastica viene bruciata per creare olio che servirà a produrre nuova plastica. “Possiamo aiutare laddove il riciclaggio convenzionale non arriva”, spiega Markus Klatte di Arcus Greencycling, uno dei primi impianti di pirolisi su scala industriale in Germania. “Le percentuali di riciclaggio in Europa sono scarse, abbiamo bisogno di riciclaggio chimico”. BASF ha firmato un contratto con questa società per acquistare fino a 100.000 litri di olio di pirolisi. A Bruxelles la lobby è scatenata, Plastic Europe promette investimenti per 7,2 miliardi, chiedendo alla Commissione europea di riconoscere il riciclo chimico tra i metodi per raggiungere i target di riciclo. La tentazione è grossa. In Italia Eni con Versalis sta costruendo a Mantova il primo impianto pilota di riciclo chimico da 6.000 tonnellate annue, per trasformare i rifiuti in plastica mista in materia prima per produrre nuovi polimeri vergini destinati a tutti i campi di applicazione. Il riciclo chimico è stato inserito nei criteri “verdi” della tassonomia Ue, che possono aprire la porta dei finanziamenti europei.
Pellet di plastica riciclata prodotti in una fabbrica per il riciclo chimico in Norvegia.

Gli esperti però frenano la corsa a questo nuovo meccanismo. “È un processo molto più generale, dove possono essere utilizzati prodotti tossici, bisogna analizzarlo con attenzione”, dice Teodoro Valente, direttore dell’Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali del Cnr. Molto scettico Helmut Maurer, alla Direzione Economia Circolare della Commissione europea, fino al giugno 2022: “La pirolisi, alla base del riciclo chimico, è un incenerimento silenzioso per cui è necessaria molta energia”. Per l’ong Zero Waste Europe, “i processi di recupero chimico non dovrebbero essere leve per affrontare la sfida dei rifiuti di plastica”.

Questo articolo è stato pubblicato il 24 aprile 2024 sul nostro media partner italiano Il Fatto Quotidiano.

AIUTACI A TIRARE LE FILA SULL'EUROPA

Sostieni il giornalismo collaborativo

Storie cross-border da un'Europa che cambia, direttamente nella tua mail.