Schermata nera sulla trasparenza fiscale

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“Interferisce con i diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali”, hanno scritto i giudici europei. Il giorno dopo, Paesi BassiAustriaBelgio e Malta hanno spento i loro schermi. 

La sentenza della Corte europea è arrivata come un fulmine a ciel sereno nel mondo delle ONG che da anni si battono per la trasparenza fiscale delle imprese, e anche tra i giornalisti, che utilizzano i registri dei beneficiari effettivi per smascherare le scatole cinesi delle società di comodo. 

“Non c’è motivo per cui una persona che crea una società debba tenerla segreta. La società ha diritti come la protezione contro l’insolvenza e dovrebbe avere anche obblighi come la trasparenza” dice Maira Martini di Transparency International, “La decisione è un colpo alla trasparenza della proprietà effettiva e arriva quando in realtà abbiamo bisogno di più informazioni disponibili, non meno”. 

L’Italia è l’ultimo paese, insieme alla Spagna, a non avere ancora un registro per i titolari effettivi delle società. Una legge è pronta dal 2018, ma mancano due decreti attuativi, sui diritti di segreteria e, appunto, sulla protezione dei dati. “Il registro BO in Italia resta un obbligo, previsto dal regime antiriciclaggio dell’UE”, spiega il prof. Michele Riccardi, dell’Unità Transcrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. “Ma dopo la sentenza c’è il rischio per alcuni governi locali di non riuscire a controllare la trasparenza di appalti pubblici, fondi del PNRR, licenze per costruzioni o investimenti immobiliari. Inoltre, si potrebbe creare un mercato secondario caotico di fornitori e rivenditori di dati BO, a vantaggio solo di alcuni e non del bene pubblico”.


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Ricercatori di Milano hanno hanno espresso preoccupazioni sulla mancanza di trasparenza dei proprietari di immobili della regione.

Fino al 2018, nell’UE non esisteva l’obbligo di dichiarare chi fosse dietro una società. Solo dopo la pubblicazione dei Panama Papers, la Commissione europea si è mossa per introdurre maggiori standard di trasparenza. Il problema è che i Paesi sono stati lasciati liberi di creare i propri registri, molto diversi tra loro e, solo in alcuni paesi, accessibili al pubblico. In molti casi bisogna pagare per conoscere l’identità dei proprietari di una società.  Solo Danimarca, Estonia e Lettonia hanno reso disponibili i loro registri in open data, mentre altri Paesi hanno introdotto restrizioni all’accesso. In Germania e in Ungheria è necessario pagare per ottenere i dati. In Belgio e in Portogallo, per consultare i registri BO bisogna essere residenti.

E poi, nella legislazione europea rimangono ancora tanti “buchi”: l’obbligo è di dichiarare solo la persona titolare di una società registrata nel paese, non le società straniere senza una presenza legale. La sesta direttiva antiriciclaggio, presentata a luglio 2021, cerca di colmare questo vuoto, estendendo l’obbligo di registrarsi anche per le società non europee che investono da noi.  Però rimarrà la soglia del 25% delle azioni possedute da una persona prima che scatti l’obbligo di registrarsi, una soglia molto alta per i fondi di investimento. In Lussemburgo, dove i fondi di investimento gestiscono un patrimonio di mille miliardi di euro, Transparency International ha rilevato che l’81% di essi non ha dichiarato alcun beneficiario effettivo. Per finire, il registro dei titolari effettivi non è collegato al catasto dei beni immobili. Quindi è possibile sapere chi gestisce un fondo, ma non quali proprietà possiede questo fondo e, soprattutto, come le ha acquistate. 

Per ottenere queste informazioni è necessario fare un controllo incrociato con i registri immobiliari nazionali. Operazione molto difficile, che contribuisce a rendere il mercato immobiliare il terreno di approdo preferito del denaro sporco. 

“Gli immobili nelle città europee sono l’investimento più sicuro”, dice Gian Gaetano Bellavia, esperto di riciclaggio. “Questa gente non guarda alla redditività. Guarda alla conservazione del capitale. Lecito o illecito. E hanno bisogno di far atterrare nell’economia reale la montagna di denaro che viaggia nei mercati finanziari”. Transparency International chiede da tempo all’Ue di sperimentare un registro patrimoniale globale dei titolari effettivi di private equity, hedge fund, tutti i tipi di fondi di investimento e tutti i tipi di beni, dagli immobili ai beni di lusso. Oggi, con i black out in corso dei singoli registri nazionali, sembra più un sogno che un progetto. 


Avvertenza: Laure Brillaud ha diretto i lavori di Transparency International contro il riciclaggio di denaro fino a luglio 2021. Da luglio 2021 a marzo 2022 ha vinto una borsa di studio con Investigate Europe e da allora ha continuato a lavorare come giornalista indipendente.