La crescita della forza militare dell’UE. Rispondiamo alle vostre domande

1. L’UE ha una politica di difesa comune?

Non proprio. Il Trattato di Lisbona dell’UE definisce una cornice per una politica comune per la sicurezza e la difesa ma la vera sfida è “riempire” questa struttura con reale unità politica. Dato che gli Stati membri hanno diversi interessi e una diversa percezione delle minacce, parlare come un’unica entità sulla difesa è stato praticamente impossibile finora.

La maggior parte dei Paesi UE sono membri della NATO e per la sua difesa comune l’Europa fa grande affidamento sugli Stati Uniti. Ma la classe dirigente europea per anni ha fatto pressioni per una politica comune per la difesa. Il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) è stato creato nel 2011 per mettere in pratica le politiche comuni su cui gli Stati riuscivano a mettersi d’accordo. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2016, l’ex presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker ha richiesto la creazione di un fondo comune per la difesa, di un “quartier generale” e di una “forza militare comune” per “affiancare la NATO”.

Il 25 marzo 2022, gli Stati membri hanno approvato il testo della cosiddetta “Bussola Strategica” (Strategic Compass), un piano d’azione per rafforzare la normativa UE sulla sicurezza e sulla difesa. La Bussola è stata in fase di elaborazione per due anni. Il testo è stato modificato, e inasprito, dopo l’invasione russa in Ucraina. “L’ambiente più ostile per la sicurezza ci obbliga a fare un enorme balzo in avanti e ad aumentare il nostro potenziale e la nostra volontà di intervenire, a rafforzare la nostra capacità di resistenza e a investire di più e meglio nella difesa”, dice il testo. Ma la domanda fondamentale è questa: può l’UE avere una vera politica di difesa comune senza trasformarsi negli Stati Uniti d’Europa?

Video promozionale della Bussola Strategica pubblicato da SEAE il 21 marzo 2022

2. Quali sono le strutture UE che finanziano le spese militari?

Dal 2017 l’UE ha fondato diverse strutture per aiutare a finanziare la ricerca e lo sviluppo di tecnologia militare, il che ha notevolmente aumentato i budget europei per la difesa e la sicurezza.

Il finanziamento pubblico per la ricerca nel settore della difesa passa per enti e organizzazioni con acronimi come PADR (Preparatory Action on Defence Research), EDIDP (European Defence Industrial Development Programme), PESCO (Permanent Structured Cooperation) and EDF (European Defence Fund, il Fondo europeo per la difesa).

Il primo ad arrivare è stato PADR con un budget di soli €90 milioni, seguito da EDIDP con €500 milioni. Il programma attuale, EDF, parte già con finanziamenti da 7,9 miliardi di euro.

A partire da marzo 2021 a questi si è unito lo Strumento europeo per la pace (EPF, European Peace Facility) che ha un budget di €5,7 miliardi fino al 2027. L’EPF ha l’obiettivo di potenziare la capacità dell’UE di “prevenire i conflitti, costruire la pace e rafforzare la sicurezza internazionale” al di fuori dell’Unione. Lo fa sia inviando aiuti in denaro a eserciti in altri Paesi, sia finanziando i costi comuni per le operazioni militari a cui partecipano gli Stati UE.

3. Quali sono le ragioni geopolitiche per il rafforzamento della potenza militare europea?

Lo spartiacque è stato l’invasione russa in Crimea nel 2014. E anche la Brexit. Con il Regno Unito fuori dall’UE, se n’è andato anche uno degli oppositori politici allo sviluppo di una politica comune europea per la difesa. L’aumento del numero di rifugiati arrivati nel 2015-16 è stato visto da molti governi UE come una minaccia per la sicurezza, il che ha aiutato a far diventare la difesa una priorità. Un altro shock per i governi europei è stata la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA del 2016. Dopo l’elezione di Trump, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che “L’Europa deve prendere in mano il proprio destino”. La paura che gli Stati Uniti non rimanessero a lungo un alleato su cui poter contare ha dato fondamento alle richieste di Germania e Francia che vogliono una “autonomia strategica” europea.

4.  L’invasione russa in Ucraina cosa ha cambiato in termini di militarizzazione?

La guerra in Ucraina costringerà i Paesi UE ad aumentare ulteriormente le spese militari. Il cambiamento più radicale è stato annunciato dalla Germania, che spenderà 100 miliardi di euro in più per la difesa (il doppio del budget annuale solito) e che aumenterà il budget fino a superare il 2% del PIL a partire dal 2024. Questa percentuale è stata una richiesta del governo USA a tutti i suoi alleati nella NATO già dal 2014. Per la Germania si tratta di una svolta drastica che arriva dopo decenni di spese limitate per l’esercito. Anche se il budget del Bundeswehr (le forze armate tedesche) è aumentato negli ultimi anni, all’esercito tedesco mancano sia gli armamenti sia gli anfibi e la biancheria.

Per la prima volta l’UE sta inviando armi a un Paese in guerra: l’Ucraina. All’inizio, verso fine febbraio, l’UE aveva accettato di supportare l’esportazione di armi degli Stati membri in Ucraina con €500 milioni, poi con altri €500 milioni. Lo fa nell’ambito della nuova European Peace Facility (vd. domanda 2).

5. Come sono coinvolti gli Stati europei nell’industria bellica?

Gli Stati sono ancora azionisti di maggioranza delle più grandi compagnie europee per la produzione di armi: Airbus (Francia, Germania e Spagna), Thales (Francia), Indra Sistemas (Spagna), Leonardo (Italia).



Francia, Germania, Italia e Spagna sono anche i maggiori beneficiari dei fondi UE per la ricerca e lo sviluppo nel campo della difesa. Il progetto che ha ricevuto più finanziamenti europei fino a questo momento è l’Eurodrone, un progetto comune tra gli stessi quattro. Prima di essere scelto tra i progetti prioritari dell’EDF (European Defence Fund, vd. domanda 2), il drone era un progetto nazionale francese fallito e un oggetto di negoziati mai conclusi tra Francia, Germania, Italia e Spagna.

6. Quali sono i più grandi esportatori di armi in Europa?

Nel periodo analizzato da Investigate Europe, tra tutti i Paesi UE la Germania è stata l’esportatrice principale di armi, con esportazioni pari a €49,5 miliardi in otto anni (2013-2020). Subito dopo c’è la Francia con €48,7 miliardi in otto anni. Al terzo e quarto posto, secondo l’analisi dei dati fatta da IE, ci sono la Spagna (€30 miliardi) e l’Italia (€22 miliardi).



Da dove ha preso queste cifre Investigate Europe? Il database COARM contiene una sintesi delle esportazioni di armi europee. Nei dati di COARM, però, manca una parte fondamentale: non ci sono i numeri sulle esportazioni di Germania, Cipro, Grecia, Belgio e anche dell’ex-Stato membro, il Regno Unito. I dati della Germania sono stati estratti da IE da un report nazionale di pubblico dominio che viene condiviso ogni anno con il Parlamento tedesco. Tutti gli altri Paesi segnalano il valore delle licenze di esportazioni che hanno rilasciato a COARM. Le licenze, però, sono solamente l’autorizzazione ufficiale per possibili esportazioni; questi dati quindi non rivelano quanto sia stato effettivamente esportato.


Nonostante l’embargo sulle esportazioni di armi verso la Russia, in vigore dal 2014, la Russia ha continuato a comprare armi europee almeno fino al 2020. Dieci Stati membri hanno esportato armi e equipaggiamento militare del valore di €346 milioni, secondo i dati pubblici analizzati da Investigate Europe. Il volume maggiore di export viene dalla Francia.

7. L’UE in quanto organo politico ha mai schierato eserciti o finanziato il conflitto armato?

L’UE dispone di un tipo di forza militare comune, i cosiddetti EU battle groups. Ogni gruppo è composto da 1.500 soldati provenienti da diversi Paesi che, a rotazione, devono essere pronti a entrare in azione in 5-10 giorni e gestire crisi all’interno o all’esterno dell’UE. I EU battle groups, però, non sono mai stati usati. Gli Stati membri non si sono messi d’accordo su come e quando schierarli.

Singoli governi, però, hanno inviato truppe per operazioni militari che sono parzialmente finanziate dall’UE (ora attraverso l’European Peace Facility, vd. domanda 2).

Un esempio perfetto di finanziamenti del genere è il Mali. Lì l’UE ha in corso, dal 2013, una missione di addestramento militare (EUTM Mali). Dal 2020 c’è anche la task force Takuba, un’operazione congiunta di 11 Stati europei inclusi Regno Unito e Norvegia, per rafforzare l’esercito francese in Mali e “contrastare il terrorismo”. Sono state missioni di dubbio successo (vd. domanda 8).

Nel 2021, nell’ambito della Peace Facility, l’UE ha fornito equipaggiamento militare “non letale” a molte altre zone di conflitto. A febbraio 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha, per la prima volta, ufficialmente inviato armi a un Paese in guerra: l’Ucraina.

8. L’operazione militare UE in Mali è stata un fallimento?

Sembra di sì. Lo scopo delle operazioni e dell’assistenza militari era di stabilizzare lo Stato aiutando l’esercito del Mali a respingere i ribelli jihadisti. Per l’UE era anche un modo per aiutare a contenere la migrazione verso l’Europa attraverso il Mali.

Gli sforzi fatti non hanno portato a una stabilità duratura né per lo Stato, né per le comunità maliane.

Soumaila Diawara, scrittore maliano e rifugiato politico in Italia, ha parlato a Investigate Europe della sua esperienza di persecuzione e del coinvolgimento dell’Europa in Africa | Foto di Lorenzo Buzzoni

La critica sostiene che l’UE si sia concentrata su obiettivi a breve termine come la chiusura dei confini e la lotta al terrorismo invece di proteggere le persone, lottando contro i nemici e proteggendo lo Stato in modi che peggiorano ancora di più la situazione. Sì, gli addestratori dell’UE insegnano i diritti umani ma mancano poi sistemi di verifica e monitoraggio sui soldati.

Dal 2020 in Mali ci sono stati due colpi di Stato militari condotti da un colonnello formato dagli europei. Diverse centinaia di migliaia di persone hanno perso la casa per scappare dalla siccità o sono rimaste intrappolate tra l’esercito e i gruppi di dissidenti. Le persone che hanno bisogno di aiuto per sopravvivere sono 7,5 milioni.

Le relazioni tra il governo del Mali e quello francese sono peggiorate notevolmente. I servizi segreti occidentali sostengono che l’esercito maliano ha iniziato a cooperare con il gruppo Wagner, un gruppo di mercenari ritenuto vicino all’esercito russo. A febbraio 2022, la Francia ha dichiarato il ritiro del suo contingente Barkhane mentre i loro alleati europei hanno detto che avrebbero ritirato la task force Takuba (vd. domanda 7). Il governo maliano ha detto loro di andarsene immediatamente. Questa ritirata ha messo a rischio anche il futuro della missione di addestramento dell’UE. Il 21 marzo 2022, il responsabile della politica estera dell’UE ha dichiarato di aver interrotto l’addestramento al combattimento dei soldati in Mali finché il governo avesse assicurato che i soldati non avrebbero lavorato con i mercenari russi.

9. Esistono meccanismi per un controllo democratico dei fondi UE per scopi militari?

Secondo la critica, tra cui Hannah Neumann, europarlamentare tedesca con i Verdi, non esistono affatto. Con una piccola maggioranza, il Parlamento europeo ha rinunciato al proprio diritto di esaminare le decisioni riguardanti i nuovi fondi UE, tra cui l’EDF (vd. domanda 2). Secondo Neumann, è il risultato di pesanti campagne di lobbying da parte dell’industria bellica. A parte assistere e basta, l’unica cosa che possono fare ora i parlamentari riguardo ai miliardi di fondi pubblici destinati all’industria bellica, è bloccare l’intero budget annuale dell’Ue. Un’arma atomica che difficilmente verrà usate.

I trattati UE non permettono l’uso di soldi UE per scopi militari. Quindi l’European Peace Facility (vd. domanda 2) è uno strumento “fuori budget”, vale a dire controllato da alti funzionari degli Stati membri al Consiglio d’Europa, pagato dai contributi degli Stati membri e gestito da esperti del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), il braccio della politica estera e della sicurezza dell’UE.

10. Un “esercito europeo” è un’ipotesi probabile?

I trattati UE non consentono di creare un esercito comune europeo, è infatti una competenza di ogni singolo Stato nazione. La linea di pensiero europea è che tutto quello che succede in questo ambito, succede in stretta collaborazione una NATO dominata dagli Stati Uniti, di cui sono membri 21 dei 27 Stati UE.

Truppe europee si incontrano agli addestramenti della NATO nell’est della Norvegia | Foto di Ingeborg Eliassen

Di per sé un esercito UE sembra essere fuori discussione. Investigate Europe ha chiesto a tutti i 27 Stati membri se sono a favore di un esercito comune europeo. Dei 13 che hanno risposto (tra i quali non c’era la Francia), solo la Germania ha dato esplicitamente il proprio supporto a questa idea come “obiettivo a lungo termine”. L’Austria, neutrale, ha risposto che non è un tema in discussione, ma ha aggiunto che vorrebbe che l’UE fosse “in grado di gestire in modo indipendente tutte le possibili situazioni di crisi”. Esistono i piccoli  e mai usati EU battle groups (vd. domanda 7). La nuova Bussola Strategica dell’UE (Strategic Compass, vd. domanda 1) contempla la creazione di un contingente di 5.000 unità (l’EU Rapid Deployment Capacity) per diversi tipi di crisi, che condurrà esercitazioni dal vivo per terra e in mare e che migliorerà la mobilità militare. Alcuni analisti chiedono l’istituzione di un pilastro” europeo all’interno della NATO. Altri fanno notare che non tutti sono ansiosi di allontanarsi dagli americani e pensano che una forza europea sia più probabile solo tra gli Stati più volenterosi nella NATO. Altri ancora sottolineano il fatto che l’Austria, Cipro, l’Irlanda, Malta, la Finlandia e la Svezia sono nell’UE ma non nella NATO e questo significherebbe che un’infrastruttura militare UE dovrebbe essere creata sulla base dell’UE e delle sue istituzioni.

Per costruire un esercito governato dall’UE, però, i governi nazionali dovrebbero cedere molta della propria sovranità territoriale.
Nel frattempo l’UE continua ad avere politiche estere contraddittorie:

La Grecia e la Turchia sono in conflitto diplomatico da decenni per la sovranità territoriale su Cipro e alcune isole del Mar Egeo. La situazione estremamente tesa di questa “guerra fredda” ci aiuta a capire perché la Grecia abbia un budget della difesa così alto, persino negli anni della crisi economica. Sia la Grecia sia la Turchia sono Paesi NATO e la Grecia è membro dell’UE. Ma la Francia vende le armi alla Grecia, mentre la Germania è il principale fornitore di equipaggiamenti militari alla Turchia. In generale, la norma UE per l’esportazione di armi è messa in secondo piano dagli interessi nazionali ed è piena di scappatoie. 

11. Finora chi ha avuto da guadagnare dal rafforzamento delle strutture difensive dell’UE?

La politica militare europea è stata progettata principalmente per supportare finanziariamente l’espansione del settore bellico del continente. Le cinque grandi compagnie (Airbus, Leonardo, Thales, Dassault Aviation e Indra Sistemas) che ricevono la fetta più grande dei fondi pubblici sono situate in e possedute da un piccolo gruppo di Stati europei: la Francia, la Germania, l’Italia e la Spagna. I grandi produttori di armi hanno molti legami con i governi e persino con la concorrenza. Sono anche parzialmente di proprietà degli stessi fondi americani che possiedono quote dei loro concorrenti negli Stati Uniti. Tutto ciò contribuisce a concentrare il mercato nelle mani di pochi colossi del settore, il che, secondo gli esperti, è un problema per la concorrenza.


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