Energia, il trattato ECT ingabbia gli Stati: guai a fermare i progetti

Energia, il trattato Ect ingabbia gli Stati: guai a fermare i progetti

C’ è un nemico invisibile nelle politiche climatiche che si aggira nelle segrete stanze del Consiglio a Bruxelles e che sarà presente come una spada di Damocle nelle riunioni dei ministeri per il Recovery plan: il Trattato sulla Carta dell’energia. Retaggio dell’epoca post sovietica, l’Energy charter treaty (Ect) è entrato in vigore nel 1998 per permettere l’espansione delle imprese dell’energia nell’Est Europa. Prevede che in caso di conflitto commerciale, un investitore straniero possa fare ricorso a un arbitrato privato internazionale, così da non dover sottostare ai giudici, forse non sempre imparziali, dei Paesi dell’ex blocco comunista. Ma dopo l’ingresso nell’Ue dei Paesi dell’Est, ci si chiede che senso abbia tenere in piedi un trattato obsoleto, che non distingue tra energie fossili inquinanti e energie pulite e che, oltre a compensare le perdite di un’eventuale cambio di politica nazionale, può risarcire gli investitori stranieri anche per i mancati guadagni futuri. Si tratta di cause miliardarie che pesano sulle casse dello Stato arricchendo pochi studi di avvocati specializzati e qualche fondo d’investimento. Ora, con il Green deal e la legge sul clima (riduzione delle emissioni CO2 del 55% entro il 2030 e zero emissioni nocive nel 2050), il mondo delle Ong teme la minaccia dell’Ect sulle scelte dei governi, mettendo a rischio gli obiettivi clima.

Lo scorso 22 ottobre un folto gruppo di eurodeputati ha scritto alla Commissione Von der Leyen chiedendo di rendere il Trattato sull’energia compatibile con l’Accordo di Parigi sul clima o di uscirne al più presto. Intanto il bazooka Ect è già in azione: nel 2017 l’allora ministro dell’Ambiente francese Nicolas Hulot aveva proposto una legge per il divieto di estrazione di petrolio dal 2040, ma la società canadese Vermillon ha minacciato di aprire un arbitrato miliardario. La legge è stata cambiata: niente più scadenze per le energie fossili. Hulot si è poi dimesso gridando al complotto delle lobby dell’energia. In Italia, quando il Movimento 5 Stelle è andato al governo nel 2018, ha provato a sospendere il progetto Tap, come promesso in campagna elettorale. Ma, una volta scoperta l’esistenza dell’Ect, l’allora ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ha dimenticato la promessa.

La lezione Rockhopper. L’Italia aveva appena subito la beffa, nel marzo 2017, con l’affaire Ombrina Mare, la piattaforma petrolifera di proprietà della Rockhopper a meno di 6 miglia dalla costa abruzzese dei Trabocchi. La compagnia titolare dell’impianto ha aperto un arbitrato contro l’Italia per avere fermato il progetto nel 2016 che prevede la costruzione di 6 pozzi alti come un palazzo di 10 piani e una nave galleggiante per la trasformazione del greggio. A insorgere contro il progetto sono i movimenti popolari, tra cui i No Triv, che hanno spinto 10 consigli regionali a ottenere il referendum contro le trivelle nel 2016, che l’allora premier Matteo Renzi ha svuotato di contenuto, dopo aver dato lo stop al progetto con modifiche inserite in extremis nella legge di Stabilità. Anche se Ombrina Mare è stata bloccata, si continua a permettere ai giacimenti esistenti al 31 dicembre 2015 – quindi alle italiane Eni ed Edison (poi sostituita da Energean) – di estrarre fino alla fine del giacimento. Rockhopper ha chiesto, con un arbitrato a Washington, un risarcimento di 275 milioni di dollari, di cui solo 29 spesi, il resto sarebbero i mancati guadagni. “La sconfitta in questo arbitrato – spiega l’Avvocato di Stato Giacomo Aiello – sarebbe estremamente grave: darebbe ad altre società, i cui progetti di estrazione entro le 12 miglia sono stati bloccati, la voglia di emulare Rockhopper”. Il lodo arriverà tra qualche settimana, il dietrofront sulle politiche fossili rischia di costare molto caro ai contribuenti italiani. Dice Monica di Sisto di FairWatch: “Agli interessi degli investitori viene garantito uno spazio di difesa privilegiata, che prevale sulle ragioni della protezione del territorio, la volontà delle comunità locali, la protezione ambientale”. Utilizzando la banca dati di Global Energy Monitor e di Price of Oil, il consorzio Investigate-Europe ha calcolato che il valore delle infrastrutture fossili in mano a investitori stranieri in Europa (i 27 più Regno Unito e Svizzera), protette dal Trattato Ect, ammonta a 345 miliardi di euro (20 miliardi solo in Italia), il doppio del bilancio annuale europeo.

Guerra tra Paesi Ue. Il paradosso di questo Trattato è che riguarda ormai quasi solo casi intra-europei: il 74% del totale. Il caso più emblematico è quello della svedese Vattenfall, di proprietà pubblica, che dal 2012 attacca la Germania per aver deciso di chiudere le centrali nucleari, chiedendo 6 miliardi di danni. Uno Stato che attacca un altro Stato in un mercato unico. Il ricercatore all’Università tedesca di Erlangen-Nuremberg, Markus Krajewski, ha definito il trattato Ect “un errore storico”. Intanto i casi legati al clima aumentano: qualche settimana fa il gigante tedesco Rwe ha aperto un arbitrato contro l’Olanda, rea di aver annunciato la chiusura nel 2030 della centrale di carbone di Eemshaven. Certo la maggioranza dei casi finora riguarda imprese di energia rinnovabile cui sono stati tagliati fondi o incentivi. Negli ultimi 10 anni sono stati aperti 107 casi Ect, contro solo 19 nel suo primo decennio di esistenza. Ma i critici dell’Ect temono un’impennata delle cause legate alle fonti fossili, visti gli obblighi di riduzione previsti dal Green deal. “Prevedo un buon futuro per l’Ect”, dice l’arbitro francese Pierre-Marie Dupuy.

Come uscirne. L’Ue sta provando a modernizzare il Trattato. Dei round negoziali vanno avanti da maggio con i 53 membri nel mondo. A inizio marzo se ne terrà uno nuovo: la Commissione, negoziatore unico a nome dei 27, metterà sul tavolo un piano di phasing out graduale dalle energie fossili: petrolio e carbone fuori dal Trattato da subito e gas ammesso fino al 2040 se a basso contenuto di CO2. Ma il tentativo, seppur considerato modesto da alcuni paesi Ue, rischia di non passare: il Giappone – che ha appena investito in nuove centrali a carbone in India, Vietnam e Indonesia – ha già detto che non intende uscire dalle energie fossili. Se la modernizzazione del trattato in chiave climatica fallisse, “sarebbe il momento per gli Stati europei di ritirarsi”, ha detto il ministro dell’Ambiente lussemburghese Claude Turmes. La prossima riunione clima del COP26, prevista a Glasgow in novembre, potrebbe spingere i Paesi Ue a prendere una decisione. Intanto le speranze sono riposte sulla Corte di Giustizia europea, da cui si attende nei prossimi mesi una sentenza di interpretazione sull’Ect dentro l’Ue: dal Lussemburgo potrebbe arrivare il divieto degli arbitrati privati Ect per i casi intra-europei.