In Italia pochi fondi e addetti: i privati avanzano (e anche il degrado)

In Italia, con le dovute eccezioni, il degrado delle Rsa riguarda tutto il settore: sia il pubblico che controlla solo il 25%, sia il non-profit, che a volte ha fatturati da multinazionale (48%), sia il profit, in crescita ogni anno (26%). Secondo l’Osservatorio settoriale delle Rsa, ci sono solo 265 mila posti letto (18 ogni mille abitanti), più di due volte meno della media europea (43 per mille abitanti) e lunghe file d’attesa nelle Asl per un posto. “Molte sono nate come case di riposo, quasi degli alberghi per anziani, non hanno l’obbligo di un medico. Con il tempo sono aumentate le cronicità degli ospiti assieme alla durata di vita e alla chiusura dei reparti geriatrici negli ospedali”, spiega Michele Vannini della Cgil. Il pubblico arretra e lascia a un privato deregolamentato la presa in carico dei più fragili”, dice Antonella Pezzullo, del Sindacato pensionati (Spi) Cgil.

L’assenza di dati è evidente. Non si sa quante siano le Rsa per anziani, esistono solo dati su tutte le residenze socio-sanitarie (12 mila, comprese quelle per minori, disabili eccetera). Le Rsa dipendono, come tutta la sanità, dalle leggi regionali, quindi 20 leggi diverse per gli accrediti, 20 rette sanitarie (la quota rimborsata dalle regioni, 30-50% del totale), 20 sistemi di minutaggio per il tempo “sanitario” giornaliero a disposizione degli ospiti. Ma i problemi, raccolti in decine di testimonianze di operatori socio-sanitari (Oss), sono identici. Il personale è insufficiente, è prassi trovare un Oss ogni 20 ospiti, un dramma quando si tratta di spostarli dal letto, far loro un bagno. Durante la pandemia, è dilagato anche il vizio di chiedere agli Oss di svolgere mansioni domestiche (pulire per terra, lavare i piatti). Stanno sempre con il cronometro in mano, a contare i minuti, stabiliti dalle leggi regionali, un “inferno” dicono in molte regioni, insufficienti e inadatti alle multi-cronicità di un pubblico che all’82% è formato da ultraottantacinquenni.

“La legge sui minutaggi non funziona”, spiega Francesca De Laude della Cgil di Torino. “La salute dell’ospite cambia durante il soggiorno, richiedendo più minuti di cure in un giorno e meno in un altro”. Poi mancano i controlli. Sono affidati alle Commissioni di vigilanza dell’Asl, ma sono strutture invisibili, con medici occupati anche in altre mansioni. Il presidente della Commissione di Vigilanza dell’Asl di Torino 3, Giuseppe Greco, è solo con due segretarie: “Sono responsabile di 400 case di cura, dovrei ispezionarne due al giorno, più tutti i nuovi laboratori o Rsa a cui bisogna dare l’autorizzazione. Pensa che sia possibile?”.

Da tempo si chiede una legge nazionale sugli standard di qualità delle Rsa. “Ci vorrebbe un modello unico sulla valutazione delle fragilità dell’ospite, da cui derivi uno standard assistenziale che indichi quali figure devono esserci in una residenza”, dice Antonio Sebastiano, direttore dell’Osservatorio delle Rsa e della Liuc Business school: “Le differenze regionali non hanno più senso”. Insomma lo Stato deve mettere i paletti anche ai grossi gruppi privati che avanzano.

Invece nel Pnrr il Governo punta tutto sulla domiciliarità: tre miliardi ai servizi a domicilio, più 833 milioni di interventi non chiari nelle “aree interne” e solo 300 milioni alle Rsa. “È un’occasione mancata – dice Constanzo Ranci del Politecnico di Milano –. In un piano di questa portata ci saremmo aspettati un intervento in un settore che parte già con un’offerta pubblica molto più bassa degli altri Paesi Ue”. Lo sviluppo dei servizi a domicilio è invece ben accolto dai sindacati. “L’aspettavamo da 15 anni – dice Pezzullo dello Spi -, è giusto che un anziano resti a casa propria”. “È un’illusione pensare di spostare tutti gli anziani non-autosufficienti a casa – dice Ranci – occorrono strutture socio-sanitarie adeguate alle cronicità degli ultraottantenni”. Nel Pnrr è annunciata una legge sulla non-autosufficienza entro il 2023. Ma dentro non c’è finora niente per aumentare gli standard di qualità delle Rsa.

Articolo inizialmente pubblicato sul nostro media partner, il Fatto Quotidiano.